Tagghjate: sCAVAndo nella memoria:
Un viaggio a ritroso sulle tracce della memoria.
Fare un tuffo nella memoria è come fare un tuffo nella nostra storia, nel nostro vissuto quotidiano di qualche tempo fa che non abbiamo mai del tutto dimenticato.
Se la frenetica vita di ogni giorno ci porta a dimenticare è bene che noi riportiamo alla mente, riportiamo in vita, riesumiamo quei ricordi, quelle storie, quei fatti, quegli intrecci che rappresentano la trama e l’ordito della nostra vita passata. Sono eventi che hanno disegnato qualcosa come un arazzo, come un tappeto damascato, come un quadro che rappresenta scene bucoliche, scene di serenità.
Intraprendo pertanto un escursus sulle nostre usanze, sulle nostre tradizioni, sulle credenze, sui rituali, sui modi di dire, che sono davvero tanti e che rappresentano un vero e proprio patrimonio storico da custodire, da salvaguardare, per lasciarle in eredità ai nostri figli, perché un giorno sfogliando questo libro di ricordi possano ritrovarsi dinanzi a quelli che siamo stati noi una volta, sperando che provino meraviglia e stupore scoprendo come eravamo felici con poco.
Cominciamo dalla nascita, per accompagnare “l’uomo” in questo percorso a ritroso sul sentiero dei ricordi, e mi preme dire che quanto dirò sarà basato esclusivamente
sulle mie personali esperienze e percezioni, cioè come l’ho vissuta io questa vita, facendo appello a tutto ciò nei miei anni ho accumulato nel bagaglio dell’anima, dall’infanzia fino ai miei giorni attuali.
Si nasceva in casa , non era prevista l’ospedalizzazione per la donna che doveva dare alla luce un figlio, cosa che fu decretata obbligatoria negli anni 70 onde garantire un minimo di sicurezza e di protezione sanitaria sia alla madre che al bambino .L’evento nascita era la cosa più naturale di questo mondo, l’attesa di un figlio era qualcosa di stupendo..
La donna incinta attendeva alle sue mansioni fino all’ultimo giorno, se era casalinga lavava, cucinava ,si occupava della casa e degli altri componenti la famiglia senza tanti riguardi per il suo stato se invece era una bracciante lavorava nei campi fino a quando era possibile . Quando nasceva il bimbo la madre si alimentava nei primi giorni con un brodo leggero di colombo (lu palummieddu) una carne delicata e leggera che le consentiva di produrre subito il primo latte per sfamare il neonato che veniva allattato elusivamente al seno.
Quando il piccolo piangeva e non era tempo di dare la seconda poppata il bambino veniva tacitato con un simpatico espediente. Si metteva in un telo pulito un po’ di mollica di pane e zucchero, lo si intingeva nell’acqua e si dava da succhiare al piccolo che piangeva, a mò di tettarella. Questo naturale rimedio che si rivelava efficace quel tanto che bastava si chiamava “ pupieddu”.




Er folletto Buzzichino, dopo che la corozza s'è fermata! ha scaricato tutti li fiori de carta, e, co' le mano su li fianchi, s'è guardato intorno, ha espresso! : " A Principè! lo sai che tutte le strade porteno a Roma? ". Ma certo che lo so!
Cari amici che mi seguite, mi vedete ospite al Campidoglio, sala "Del Carroccio", per la premiazione Speciale Infazia 2009 concorso nazionale di rime e narrativa: "Il mondo degli animali". Una serata riuscitissima, piena di calore e colore. La cornice della sala che ci ha gentilmente ospitato, ha completato la bellezza e l'incanto della serata. Lascio alla vostra immaginazione per il resto. Vi dono il sorriso di Liana Orfei e, il mio già mi conoscete. Un grande abbraccio franca

A pag. 16 c'è la mia favola:

Immagine composta da me, con due immagini prese in rete, nella mia mente il ricordo del mio bosco era così
Una bambina "Principessa"
Era una giornata fredda, quando nacque Franca. Un vagito...ancora un vagito poi un grido. Dentro una bella camera del quartiere Prati, nel 1938, la levatrice teneva tra le braccia il piccolo fagottino: "Ecco è nata!.. è nata la tua secondogenita. E' una bella bambina". Furono giorni di felicità nella grande casa. La piccola Franca doveva nascere il giorno di Natale, ma aveva fretta ed anticipò cogliendo tutti di sorpresa. Faceva tanto freddo quell'anno a Roma. Passarono alcuni anni, Franca era troppo piccola, per comprendere quel fuggi fuggi di gente che abbandonava Roma. C'era la guerra e c'erano anche tanti innocenti che morivano. Seguirono anni di dolore, di macerie e di malattie. Questo era ciò che ci regalava la guerra.
Franca cresceva con i suoi fratelli e insieme alla nonna Elisabetta si trasferirono a Bagnoregio, nell'antica casa materna. Lasciarono la bella casa di Roma per fuggire lontani dalla città e dai suoi pericoli.
Un giorno, nel cuore della notte, scoppiarono in paese alcune bombe. Molti furono costretti ad abbandonare la propria casa. Anche nonna Betta raccolse le poche cose e fuggì con i suoi nipotini. Impauriti camminarono molto, per i viottoli di campagna. Di tanto in tanto il cielo s'illuminava a giorno, eppure non c'era il temporale. Tutti insieme abbracciati si rifugiarono in una casetta nascosta nel bosco di castagni.
Franca la sera cercava il suo bel letto di ferro battuto, le foglie dipinte da suo padre sulle pareti. Quando il vento faceva tremare la piccola fiammella della candela, le ombre sui muri diventavano vive e lei ci parlava come se fossero fate e folletti.
Non capiva perché dovesse dormire in quella tana con un giaciglio di fortuna fatto con le canne. Si copriva il corpo con le foglie di granturco e cominciò a conoscere tanti piccoli animaletti. Erano gli abitatori di quel piccolo spazio, tra cui un simpatico geco, che faceva capolino tra le pietre. Quando cercava il suo bel letto spesso brontolava e perfino mugugnava e si ritirava dentro un grande tronco di castagno scavato e sognava il suo bel letto tutto per lei, i suoi fratelli la prendevano in giro e la chiamavano "Principessa".
Ogni sera nella piccola casa di pietra, in un angolo c'era un po' di legna. Il fuoco era acceso e nel grande paiolo di rame annerito dal fumo, bolliva la solita minestra fatta solo d'erba raccolta nei campi. La piccola casa era in realtà il deposito degli attrezzi da lavoro, una vanga, una zappa, corde, la mangiatoia per l'asino, ma Principessa sognava lo stesso, seduta su una pietra grigia, la famosa pietra Basaltina e, in compagnia di una lucertola, guardava la luce del sole che pian piano si spegneva. Prima di dormire contava un pugno di stelle e cantava insieme ai grilli, poi il richiamo della notte, la minestra era pronta e la porta di legno si chiudeva alle sue spalle.
Anche gli uccelli al calar del sole smettevano di cantare, ben nascosti nel nido. Di notte nel bosco si sentiva arrivare da un vecchio albero vicino alla casa, il canto del gufo. Principessa lo seguiva in principio intimorita, ma poi col passare dei giorni aspettava silenziosa nella sua cuccia. Quel canto ormai le era diventato amico. E come era diventata brava! Ormai riconosceva anche il canto della civetta e il canto malinconico del maschio "hu-u-ou", ripetuto a intervalli e lei cantava con loro, fino a perdersi nel suo mondo di sogni. Quando la civetta cantava nelle notti di luna piena, tutti si spaventavano, perché chissà a causa di quale brutta diceria, dicevano: "chiudi le orecchie, perché se odi il suo canto porta male". Ma a Principessa piaceva e non credeva a queste dicerie paesane.
Principessa conosceva i gufi e li chiamava per nome non ne aveva paura, erano suoi amici. Per lei ogni giorno era tutto un giocherellare intorno al fosso da una pietra all'altra. Saltellava insieme alle ranocchie e spesso ci cadeva dentro insieme a loro. Era felice, ma non capiva e quando i cannoni sparavano si spaventava, copriva d'istinto le orecchie e si rannicchiava sotto l'albero di ciliegio. Nonna Betta per farle passare la paura, le raccontava che quel brutto rumore era causato semplicemente dal nonno che in cielo sulle nuvole spaccava le noci. Basta poco per distrarre una bambina e in quel bosco in verità non ce n'erano molte di distrazioni, era una scuola a cielo aperto. Nel bosco di alberi di castagni, era facile immaginare storie di fate e folletti, era bello osservare le piccole formiche e il formicaio, un mondo favoloso dove regnava l'organizzazione e la semplicità della vita. Principessa spesso con la punta delle sue piccole mani le aiutava a trascinare chicchi di grano, pagliuzze, semi. La sua curiosità non finiva mai. Quel bosco variopinto era ormai diventato il suo mondo, il rumore del torrente, i piccoli insetti a volta fastidiosi, le colorate coccinelle, con i suoi grandi occhi pieni di meraviglia seguiva la danza delle farfalle, quando leggere si posavano sulla corolla dei fiori. Mille domande passavano in quella testolina. Tutto intorno sembrava meraviglioso; un mondo pulito, vero, uno spazio pieno di colori e di profumi e bellezza. Era semplice per nonna Elisabetta distrarre dalla guerra i suoi nipotini, la natura le era d'aiuto e con la sua fantasia e la sua saggezza riusciva a tranquillizzarli ogni sera. Le sue storie incantavano i quattro nipotini che si addormentavano sereni, felici di vivere in quel mondo, nella piccola casetta di pietra, protetta dai giganti: gli alberi della valle di Civita.Franca Bassi

Immagine torrente "Rio Torbido", su queste pietre giocavo e facevo pupazzi di creta. La piccola casetta in pietra non si vede era a destra dell'immagine, nascosta dal fogliame.
Immagine di franca
Oggi è festa!
Ho preparato per questa sera
una veste antica.
La tela tessuta con fili di lino
da mani abili e piene d'amore.
La paglia secca ha dato il colore!
La terra mi ha donato i gioielli.
Le mie mani hanno fatto fiori
di carte vivi per voi.
franca bassi

fave e fogghje
Nel periodo di riposo delle colture e uscendo dal rigido clima invernale, al primo sole di primavera la campagna si ricopriva di queste speciali verdure che solo il contadino sapeva distinguere e delle quali si approvvigionava abbondantemente. Fra le varietà più ricorrenti ne citiamo sei.. cicuredda,(cicoria) gneta (bietola) , rapi-ciocci (rape), zangòne (tarassaco), spruscina (non meglio identificata) cimaredde.(specie di asparagi). Queste verdure si accompagnavano alla purea di fave bianche e con essa costituivano un binomio indissolubile " Fave e fogghie" . Il lunedì ed il venerdi erano i giorni in cui si consumava questa pietanza nella maggior parte delle famiglie. Sia le fave che le verdure erano servite ”mministrati” in grandi piatti” piattriali” di terracotta provenienti dalla vicina Grottaglie abilmente decorati a mano e recanti al centro il tipico “galletto” simbolo ricorrente che caratterizza le ceramiche grottagliesi. Da questi piatti tutti i membri della famiglia attingevano con piccoli pezzi di pane e qualche forchettata a turno. Le fave si cuocevano nei forni pubblici in particolari pentole dette " le pignate" le quali erano di terracotta smaltata all'interno e all'esterno. Il retro di questi recipienti era contrassegnato da un simbolo o dalle iniziali della famiglia d’appartenenza. La fornaia, man mano che tirava fuori dal forno una “pignata” chiamava all’appello i rispettivi proprietari,qualche volta servendosi anche di variopinti “soprannomi” . Ai forni pubblici si cuoceva due volte al giorno e si sfornava a mezzogiorno e al tramonto.
Immagine in rete
Ciao ragazzo triste
Il Tuo cuore s' é fermato!
Ho amato:
la tua musica la tua voce
e il colore della tua pelle.
peccato!
Sei andato via troppo presto!
Adesso la barca della vita
sta remando nel mare azzurro dei cieli.
Si scriverà un libro sulla tua vita!
Qualcuno piangerà la tua fine.
Un rosa rossa
ci sarà sempre per te
ragazzo triste.
In vita non ti sei amato!
eppure non ti mancava nulla.
Solo la tua anima conosceva
il tuo tormento.
Addio! ragazzo prodigio
incontrerai un angelo biondo
che ti porterà per mano
e ti donerà quell'amore
che sulla terra ti é mancato.
franca bassi

"Avatar"
Ciao, non so perché
ma questa notte t' ho sognato!
Eravamo al mare...
Per mano ci siamo seduti sulla riva.
C'era una piccola barca
la vela mossa dal vento
lenta sventolava.
I remi non c'erano.
Ci siamo amati tanto
il mio cuore sembrava impazzire.
Ho provato brividi sulla pelle.
La musica delle onde del mare
solo il volo di un gabbiano era con noi.
Mi sono girata e tu non c'eri più.
Ti ho cercato e sulla sabbia dorata ho trovato:
una rosa rossa senza spine
e un libro con tante parole d'amore.
Mi manchi tanto e non so chi sei?
Vorrei capire il mistero dei sogni
per cercarti...ma tu dove sei?
franca bassi

Immagini di franca bassi
Immagine di Alessandro Bassi
Un passo ancora...
Ti cerco! scruto l'orizzone
come ogni sera.
Odo solo la musica
delle onde del mare.
Sugli scogli s'infrange
silenziosa la nostra vita.
Il mio cuore piange...
ancora t' aspetto
ferma lì sulla scogliera.
Il sole come ogni sera
si spegne dietro la linea
dell'orizzonte.
Ti aspetto...ti cerco...
é notte la tua barca
ancora non torna.
Pongo la rosa rossa
che mi hai donato
il giorno che sei partito
tra le pagine ingiallite
del tuo libro.
Amore ti aspetto ancora
sulla scogliera.
Ormai i miei occhi
sono stanchi e non vedono più
ma io ti aspetto ancora
lì sulla scogliera.
franca bassi
Immagine di franca bassi

Lo sapevate?
Il fico ha una caratteristica unica.
Ha due tipi di ...produzione se mi passate il termine. A giugno
(il giorno segnalato dalla credenza popolare è il 13 giugno, giorno di Sant'Antonio)
detta infatti il proverbio”
Ti sant’Antonio (13 giugno) lu culummu pi tistimonio
produce questi frutti che si chiamano FIORONI ...si tratta di una produzione LIMITATA...poi tutto si ferma...e i capolini dei Fichi (VERI E PROPRI) iniziano ad ingrossarsi...e ci metteranno quasi due mesi per essere maturi...infatti nella bella e calda stagione estiva, viene prima la maturazione dei Melloni (angurie e meloni gialli e zuccherini) poi arrivano i fichi..infatti un detto popolare afferma con saggezza" quannu arriva la fica lu mulone si vè 'mpica".
nel senso che quando sulla tavola arrivano i fichi ,i melloni e le angurie sono passati di maturazione e nessuno li consuma più...
ma guarda un pò tu stamattina cosa mi tocca fare!!!! anche l'agronoma!!!
Per la mia amica Anna, grazie!

Immagini franca bassi piccola composizione fiori di carta "Bergamotto" per la mia amica Anna
Immagine di Franca Bassi "Il banco di scuola"
La scuola di Bagnoregio
Ero piccina...piccina.
Racchiusa dentro
un grembiulino bianco
profumato di bucato.
Un fiocco grande
color del mare fondo.
Tanti passi contavo
ogni mattina.
Erano passi piccolini
erano passi di bambina.
Il corso del mio paese
lastricato di pietra grigia
non finiva mai!
Il palazzo dell'asilo era antico
le stanze grandi...grandi
e piene di luce.
Com' ero timida!
mi rannicchivo e mi nascondevo
nel mio banco di legno.
Quando la sirena suonava
tutti infila alle grotte
ci nascondevamo dalla guerra.
Le suore per regalo
ci davano i ritagli delle ostie.
Ancora oggi ricordo...
quanti passi ho contato!
Franca bassi